Sono scomparsi i pacifisti

Recentemente un piccolo gruppo di persone si è riunito una domenica mattina lungo la strada costiera di Cape Cod, in Massachusetts, per sbandierare cartelloni di protesta contro la guerra, in modo che i turisti del fine settimana potessero vederlo. Forse non hanno nemmeno idea del fatto che una delle più importanti voci della nazione contro la guerra dagli anni Sessanta a oggi è passata proprio di lì e li ha visti, provando un vago senso di incoraggiamento dato nel sapere che le persone fanno ancora quel genere di cose in America.
21 AGO 20
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Recentemente un piccolo gruppo di persone si è riunito una domenica mattina lungo la strada costiera di Cape Cod, in Massachusetts, per sbandierare cartelloni di protesta contro la guerra, in modo che i turisti del fine settimana potessero vederlo. Forse non hanno nemmeno idea del fatto che una delle più importanti voci della nazione contro la guerra dagli anni Sessanta a oggi è passata proprio di lì e li ha visti, provando un vago senso di incoraggiamento dato nel sapere che le persone fanno ancora quel genere di cose in America.
“L’avevo visto prima, ma non negli ultimi anni,” ha dichiarato Todd Gitlin, un tempo presidente degli studenti della nuova sinistra per una Società democratica, ora sociologo e presidente del programma Ph. D. della Columbia Journalism School’s Ph. D. “Ci saranno state forse una ventina di persone lì fuori. ‘La guerra non è la soluzione’: altamente non-specifico”. Per Gitlin e altri sostenitori del movimento pacifista, la protesta contro la guerra che c’era al tempo è oggi praticamente invisibile al grande pubblico. Da quando le manifestazioni globali di milioni di persone riunitesi nel febbraio 2003 non sono riuscite a modificare la marcia del presidente George W. Bush verso la guerra in Iraq, iniziata il mese successivo, molti hanno smesso di provarci, racconta Gitlin. Accompagnati dalla sensazione soffocante di non essere in grado in alcun modo di influenzare le decisioni sulla sicurezza nazionale – il presidente Obama ha promesso di continuare la guerra in Afghanistan almeno per il 2014, nonostante il 73 per cento degli elettori democratici lo scorso autunno abbia dichiarato che la dovrebbe interrompere immediatamente -- i membri del movimento sono andati oltre le proteste sulle strade. Le proteste di massa sono diventate un’esclusiva di Occupy Wall Street, che ha ben poco a che fare con la guerra o la sicurezza nazionale.
E’ invece emersa una diversa insurrezione controcorrente, quanto meno per l’opinione pubblica, che ricorda alcuni dei primi segni di un vero movimento: chiamiamola la crociata anti segretezza. Non è particolarmente impressionante, non ancora. Il 4 luglio, una chiamata nazionale da parte dei gruppi “Lotta per il Futuro” e “Ripristiniamo il Quarto (Emendamento, NdT)”, fra gli altri, ha indetto una protesta contro la National Security Agency (Nsa) e contro la persecuzione di Edward Snowden, di Bradley Manning e di Julian Assange, i più noti leaker di segreti al mondo. A Washington, tale chiamata ha ricevuto una risposta, per così dire, tiepida. A McPherson Square, a pochi isolati dalla Casa Bianca, s’è radunato “qualche centinaio di persone”, riporta il Washington Post. La cifra difficilmente raggiunge i 30 milioni di dimostranti che si riunirono in tutto il mondo nel 2003.
Abbiamo chiesto ad alcuni dei principali esponenti e studiosi dei movimenti pacifisti che cosa stia accadendo oggi in quel contesto, e quanto il Pentagono dovrebbe esserne preoccupato. Per essi, il nuovo movimento – se si può definire così – è molto più complesso del semplice opporsi alla segretezza. E non riguarda nemmeno solamente la privacy. Riguarda la trasparenza, e il controllo.
“Non lo definirei un movimento anti segretezza; la segretezza non è la questione principale. E’ come offri al pubblico e all’opinione globale le informazioni su ciò che sta facendo il governo”, ha dichiarato Richard Flacks, professore di Sociologia all’Università della California, a Santa Barbara. Bisogna prestare attenzione a ciò che cercano di mettere in luce Manning e Snowden, dice: “La segretezza non è l’obiettivo. Lo è il fatto che piccoli gruppi di persone prendano decisioni che hanno poi effetti enormi – decisioni che hanno conseguenze eclatanti, con le quali la maggior parte delle persone dovrà convivere senza avere però voce nella loro creazione”. “Non riguarda la segretezza – ribadisce anche Flacks – Riguarda ciò che persone che non conosci possono fare con le informazioni che sono disponibili lì fuori. Abbiamo bisogno di sapere cosa può essere fatto con esse, come possono essere controllate”.
Il nascente movimento non è motivato neppure dalla preoccupazione per la sicurezza nazionale. “Non c’è questo grande interesse, o quantomeno io non l’ho percepito, riguardo alla sicurezza dopo lo scoppio del caso Bradley Manning”, ha dichiarato Gordon Fellman, professore di Sociologia e presidente del corso di studi in Pace, Conflitto e Coesistenza alla Brandeis University. “Non ci saranno manifestazioni nei campus, impeachment, programmi sulla sicurezza nazionale. Non ha attirato l’attenzione della gente”. “Chi sulla scena nazionale sta dicendo che tutto questo è un oltraggio e che deve essere fermato?”, ha aggiunto Fellman. “Forse Daniel Ellsberg, ok, e poi? E forse anche Noam Chomsky, e ancora, quindi?”. Non c’entra nemmeno la sorveglianza. “La questione più pressante è il controllo”, ha detto Fellman. Lui e i suoi colleghi considerano Snowden e Manning degli eroici whistleblower, ma finora le rivelazioni che hanno fatto hanno avuto poco impatto individuale sulle persone. “E’ difficile vedere gli effetti su di me. E suppongo che un sacco di persone possa aver avuto la stessa reazione. Nulla di ciò che faccio nella mia vita quotidiana è influenzato dalle rivelazioni di Snowden, non cambio le email che scrivo. Se qualcuno sta monitorando con chi parlo, be’ che lo faccia”.
Chiunque può avere un account e-mail o una pagina facebook, ma comparate il monitoraggio di tali sistemi all’assoggettare di ogni giovane americano alla coscrizione militare durante la guerra in Vietnam. E’ un movimento? “C’è un sacco di fermento su Internet, condivido e leggo e firmo petizioni e così via – dice Fellman – Ma non ritengo che diventerà un movimento di primo piano. Non c’è nulla che possa essere paragonato al Vietnam nelle questioni sollevate dal movimento anti intrusione governativa. Penso che in realtà non ci sia nulla che catturi davvero l’attenzione delle persone. E’ secondario rispetto a questioni come la disoccupazione, il cambiamento climatico, rispetto a cose come il ruolo delle banche nel mondo, a cose come i fratelli Koch che stanno conquistando il North Carolina dopo essersi presi il Wisconsin, a cose quali le sentenze della Corte suprema sui Citizen United e sul Voting Rights Act – tutto ciò è molto più pressante per la maggior parte delle persone rispetto alla sorveglianza. Credo anche che non accadrà nulla. Il governo non tornerà sui suoi passi riguardo alle attività di sorveglianza, e non deve farlo, anche perché non importa chi sia in carica: repubblicani e democratici faranno la stessa scelta”.
Non tutti sono d’accordo. “E’ troppo presto per dirlo.Ci siamo proprio in mezzo”, ha dichiarato Barbara Wien, professore nel programma per laureati su Pace internazionale e Risoluzione dei conflitti all’American University. Un movimento ha bisogno di tempo per formarsi, e di un po’ di attenzione del pubblico. “Questo è un dibattito più astratto”, meno concreto delle proteste europee contro l’economia. “Non è così tangibile e si sta ancora sviluppando, ma penso ancora che potremmo vedere la nascita di movimenti popolari”. In realtà, anche quelli di Occupy Wall Street volevano che gli Stati Uniti tagliassero il budget militare e lo destinassero ai “bisogni umani”.
La spinta anti segretezza mostra similitudini con i movimenti storici in quanto trae origine in atti tangibili da parte di un numero limitato di dissidenti, che danno per scontato che ne seguirà un cambiamento immediato. “Eppure non è così semplice”, dice Flacks. I sociologi attendono di vedere se anche altri saranno spinti all’azione. “Non si può essere certi di che cosa faranno le persone una volta assunta una certa consapevolezza – spiega – E spesso i movimenti di massa iniziano perché qualcuno che non conosci ha deciso di fare qualcosa. Nel movimento per i diritti civili nessuno ha detto a un gruppo di studenti di sedere al banco per mangiare in North Carolina nel 1968. Hanno avuto loro l’idea”. Secondo Flacks il movimento anti segretezza potrebbe essere a un punto simile: in attesa della seconda ondata di persone che raccolgano le idee e le trasformino in azioni concrete, cosa che chi ha dato il via a tutto ciò -- Manning, Snowden e Assange -- non avrebbe mai potuto prevedere.
Questo potrebbe creare preoccupazioni al Pentagono. Flacks diventa sempre più attivista e sempre meno studioso affermando: “Vorrei che la società fosse strutturata in modo che, quando il governo coinvolge le vite delle persone, esse abbiano la possibilità di dire la loro su tale politica. ‘Nessuna tassazione senza rappresentanza’ è il motivo per il quale abbiamo fatto una rivoluzione, per iniziare – ha detto – Il tema della democratizzazione è legato a forme di protesta e di opposizione piuttosto disomogenee”. Quindi qual è il tema comune fra anti guerra e anti segretezza? “Ci si oppone quando si realizza di essere costretti in una posizione nella quale non si ha voce, non si prendono decisioni”.
Il generale Keith Alexander, direttore dell’Nsa, e altri funzionari americani sembravano esasperati nel dover spiegare al Congresso, ai think tank e ai giornalisti, che tutte e tre le branche del governo hanno un certo grado di supervisione sui programmi di sorveglianza federali, e che Snowden dovrebbe essere considerato un nemico dello stato. Questo ha anzi fatto infuriare i veterani del movimento pacifista. “Trovo incredibile che qualcuno pensi che questo sia un atto di alto tradimento – continua Flacks – Così come trovo incredibile che le persone vogliano davvero lasciare che un piccolo gruppo sia in grado di avere quel livello di sorveglianza su tutti noi. Sono cresciuto con ‘Brave New World’ e ‘1984’, tutte immagini da science fiction di quella che doveva essere la società mostruosa derivante da ciò. Sono cresciuto consapevole che l’ex direttore dell’Fbi J. Edgard Hoover sorvegliava i presidenti e che era in grado di ricattarli – voglio dire, come possiamo non lanciare l’allarme?”.
Velocemente, e senza incoraggiamento alcuno, diversi professori hanno deciso di far sentire la loro voce esprimendo il disprezzo per i conflitti moderni e i loro strumenti – attacchi con droni, segretezza, detenzione indefinita, conflitti pervasivi – e l’emozione nelle loro reazioni era palpabile. “Penso che i politici abbiano elaborato un’alternativa al movimento pacifista: ‘Abbiamo i droni, non dobbiamo mandarci i soldati’”, dice Wien. “E’ terrificante che le persone possano stare sedute a centinaia di miglia e ordinare la distruzione di altre persone senza che le loro vite ne siano coinvolte”, spiega Flacks. “Ecco, in qualche modo il poter giocare questo gioco da remoto è riprovevole – uccidere persone senza alcuna minaccia alla tua stessa vita. Ma questa è la guerra moderna”.
In definitiva, tutto ciò potrebbe riguardare il coinvolgimento. Con un processo di decision-making sulla sicurezza nazionale riservato alle élite di Washington, e il fatto che sia ormai provata la fattibilità di un esercito composto esclusivamente da volontari, il pubblico si sente disconnesso dalle decisioni prese in suo nome, e disilluso dalle istituzioni -- il Congresso, i tribunali, l’esecutivo – che paiono avere come scopo quello di proteggere se stesse. “Ai loro occhi, l’accumulo e l’acquisizione di informazioni, così come un’ampia gamma di forme di sorveglianza, sono la violazione dei diritti di libertà fondamentali”. “Con un dibattito serio, con insider governativi che prendono posizione e con un dissenso salutare, si fa il bene della democrazia, ed è ciò che vogliamo”, ha aggiunto Wien. “Lincoln si circondava di dissidenti”. Wien insiste nel dire che il movimento pacifista, in ogni sua forma, non è morto. Si è diffuso in vene della società meno visibili ma molto più pervasive, e si può vedere in tutto, dalle campagne anti bullismo alle organizzazioni per la giustizia alternativa nelle piccole città, al crescente cumulo di domande arrivate alla sua università per la partecipazione al programma per laureati sulla risoluzione dei conflitti, cresciuto a dismisura.
Forse Wien ha ragione, e stiamo assistendo all’inizio di… qualcosa. “Informazione è cittadinanza”, afferma Gitlin. “Ma ancor di più, informazione è identità. Informazione è valuta di scambio. Informazione è capitale culturale e molto più di ciò. In qualche modo, l’identità ne è essenza. Le persone si rendono conto che c’è qualcosa in ballo, che il loro stesso essere è in gioco, in un modo che non rispecchia davvero la guerra. La guerra, non importa quanto tu pensi sia marcia, be’ non penso ti tocchi davvero nel profondo se non ci sei dentro, sangue, pelle e anima, cosa che la maggior parte delle persone non è”.
Ma se pensate che le emozioni di qualcuno non stiano quantomeno sobbollendo, leggete quello che ha scritto Heather McRobie, commissioning editor del sito openDemocracy, che ha partecipato alle proteste contro la guerra in Iraq a Londra nel 2003, riguardo al decimo anniversario: “Gli ultimi quattro anni sono stati inquietanti: mentre pareva si tracciasse una linea di demarcazione da quelli che ora ci appaiono come ‘i giorni bui’ dell’èra Bush-Blair, l’Amministrazione Obama ha rappezzato il veleno di quel periodo trasformandolo in pratiche ‘legittime’. Il National Defense Authorization Act del 2012 che ha legalmente introdotto la detenzione indefinita è stato per me un punto di svolta: ho perso la speranza che Obama possa correggere i danni fatti dall’èra della ‘guerra al terrore’”.
di Kevin Baron
Copyright Defense One
(traduzione di Sarah Marion Tuggey)